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Acoma | La Foresta Pietrificata | Il Grand Canyon | Wupatki
Monument
Valley | Mesa Verde | Canyon de Chelly | Navaho e Hopi
Archi | Canyonland | Ponti e Lake Powell | Le Grandi Dune
La visibilita' e'
quasi nulla. "Quando piove nel southwest, piove per davvero"
ci aveva detto la donna al negozio di arte indiana. L'autostrada e' un fiume, i
tergicristalli alla massima velocita' non riescono a spazzare via l'acqua che
scende a scrosci in questo temporale estivo. Abbiamo da poco passato il confine
fra il New Mexico e l'Arizona. Ai lati della strada, l'interstate 40, si
alzano pareti di roccia rossa levigata da migliaia di anni di vento e pioggia.
Il colore e la forma di queste roccie fanno pensare a enormi montagne di
argilla pronte a sciogliersi da un momento all'altro, diluirsi nella pioggia e
trasformarsi in un mare di fango rosso.
Una vecchia leggenda indiana
racconta che gli antichi progenitori degli indiani Acoma vivevano su una mesa
adesso abbandonata e deserta dalle pareti straordinariamente ripide.
Un giorno mentre tutti gli
abitanti erano nella valle a lavorare nei campi, cadde una pioggia cosi'
violenta che distrusse tutte le vie di accesso al villaggio. Una donna e sua
figlia, le uniche rimaste al villaggio, preferirono gettarsi nell'abisso
piuttosto che morire di fame.
Siamo arrivati al pueblo di Acoma al mattino,
sbucando attraverso un passo su una valle che ci ha sorpreso per la sua
bellezza. Rocce ripide, impossibili, dalla forma di giganteschi animali
preistorici pietrificati, ci hanno accompagnato fino alla fine della strada
percorribile. Le case degli indiani che vivono nella valle sono costruite delle
stesse roccie e intonacate dello stesso fango, si mimetizzano perfettamente col
paesaggio, scompaiono, diventano parte della montagna, tradite a volte dalle
antenne per le trasmissioni via satellite.
La mesa del villaggio di
Acoma, la mesa incantata, ci compare finalmente davanti. Una citta' che
raggiunge il cielo, la citta' del cielo, skycity, come appunto viene
soprannominata dai pochi cartelli che abbiamo incontrato sulla strada
semisterrata. Una frenata brusca per evitare un serpente che tranquillamente
cerca di attraversare. Benvenuti nel southwest.
Un piccolo visitor center
ci accoglie. Paghiamo per il biglietto d'ingresso e per il permesso per fare
foto. Non si puo' andare da soli alla citta' del cielo. Ci ricordano di non
allontanarci dalla guida, di non fare foto alle persone senza prima chiedere il
permesso. Andiamo su per la ripida strada che conduce in alto con un pulmino
sgangherato e la nostra guida, un giovane indiano Acomai dai capelli lunghi e
neri che vive ai piedi della montagna.
Il pueblo e' bellissimo, intatto,
molte case intonacate da poco con fango e fibre di yucca. Ci sono
bancarelle lungo le strade polverose che vendono vasellame dipinto a mano,
bianco e nero, tipico Acoma. Mangiamo pane fritto.Nei kiva, le stanze
cerimoniali, dei riti segreti, maschili, si entra dal tetto, con le scale di
legno, alte per raggiungere il cielo. Ma noi non e' permesso entrare.
C'e' una chiesa nel villaggio che
e' stata costruita dagli spagnoli quattrocento anni fa. Le travi enormi del
soffitto erano state fatte venire da lontano, dalla valle, portate a spalle
dagli indiani resi schiavi. A chi le faceva cadere venivano tagliate le gambe
come punizione. La campana della chiesa fu comprata dai preti spagnoli al
prezzo di sei ragazzi e sei ragazze Acoma venduti come schiavi.
Abbiamo finito la visita di Acoma
e abbiamo deciso di tornare alla macchina a piedi. Ci sono degli scalini grossolani
scavati nella roccia che scendono su un fianco della mesa. In alcuni punti sono
state ricavate delle maniglie che aiutano a scendere.
Intanto la
pioggia si e' fermata sull'interstate 40, o forse siamo noi che siamo usciti
dal temporale. Si va veloci su queste strade, anche se la velocita' massima e'
65 miglia all'ora, il traffico procede a 80 e piu'. Viene voglia di fare le
corse con i treni merci della linea Santa Fe, che corrono a fianco della
strada, lunghissimi.
Adesso un cartello
sull'autostrada indica che mancano ancora 21 miglia prima di raggiungere il painted
desert e la petrified forest. Il paesaggio e' cambiato radicalmente.
Non piu' montagne, non piu' mesa, ma un deserto di cespugli aspri e polverosi
che vagamente ricordano i cespugli aspri e polverosi del nostro mediterraneo.
Cespugli d'argento dal profumo di salvia, sagebrush, dovunque, sulle
dune di terra rossa.
Painted desert, il deserto
dipinto. Le nubi di nuovo minacciose danno un aspetto cupo alle enormi dune
dalle forme coniche i cui colori vanno dal rosso al blu e al viola. Dicono che
il momento migliore per visitare il painted desert e' durante un temporale.
Siamo fortunati. La pioggia accentua i colori, e il cielo nero aumenta la
drammaticita' conferita dal nome di queste terre, badlands. Gradualmente
il deserto dipinto diventa la foresta pietrificata. I tronchi che un tempo
erano alberi hanno i colori dell'iride, enormi pietre preziose incastonate in
una corteccia di pietra. Sono li dai tempi dei dinosauri, la pioggia nelle loro
fibre li ha resi immortali come le montagne.
Il Grand Canyon
mi fa paura. Non per la sua grandezza o per la vertiginosa profondita' dei suoi
dirupi, ma per le orde di turisti che mi aspetto di trovare, in posa, pronti
per essere fotografati, di fronte a questa ferita vecchia di due milioni di
anni. Mi aspetto di vedere alberghi, gift shops, hamburgers e patatine
fritte assieme a cartoline lucide e palline con la neve.
E gia' parcheggiare la macchina
e' un impresa. La coda al parcheggio e' lunga e regolata da rangers trasformati
in parcheggiatori. Ma appena mi affaccio alla prima terrazza sull'abisso, mi e'
impossibile trattenere la sorpresa di questo spettacolo atteso e conosciuto, ma
sempre magico. La grandezza dell' immenso, le pareti che scendono a picco giu'
verso un fiume che non si vede ma si immagina.
Appena si comincia a scendere
lungo la Bright Angel trail, che porta giu' fino al fiume Colorado, la folla
diventa sempre piu' scelta e sparsa. Proseguendo sul sentiero si potrebbe
raggiungere un oasi verde, chiamata Indian Garden, dove gli antichi coltivavano
la terra, e poi giu' fino al Colorado. Un cartello ci avverte immediatamente:
"Non tentate di scendere fino al fiume e tornare su in un giorno, ogni
anno si contano molti casi di morte per fatica fra quelli che ci provano".
Un altro, poco dopo: "Se
proseguite oltre questo punto siate certi di avere acqua e cibo a sufficienza,
almeno un gallone di acqua a testa e' necessario per ogni giorno di permanenza".
Nuvole minacciose si avvicinano
mentre risaliamo rimandando la discesa all'indomani, non vogliamo trovarci sul
sentiero in mezzo ai fulmini.
La parte ovest del bordo del
Grand Canyon e' stata fortunatamente chiusa al traffico privato. Ma questo non
scoraggia le centinaia di migliaia di turisti a percorrerla parzialmente a
piedi e tramite il piccolo shuttle-bus che fa servizio avanti e indietro.
Dovunque sentiamo parlare italiano. Mi viene voglia di fuggire. La sera, in una
delle steak-house di Wilson, contiamo 23 italiani, noi esclusi.
Scendere lungo la
Bright Angel Trail, in due giorni, come consigliato dai numerosi avvisi.
Portarsi abbastanza acqua, almeno un gallone a testa al giorno. Dormire con
sacco al pelo sulle rive del Colorado. Risalire sul North Rim. Andare nella
riserva degli indiani Havasupai. Quattro ore di macchina dal Grand Canyon
Village. Negoziare per una guida indiana. Farsi accompagnare alle cascate
Havasu. Il percorso e' difficile. Portare denaro contante, gli Havasupai non
accettano carte di credito.
Siamo indecisi se
andare a nord, verso il Bryce Canyon, in Utah, oppure verso est, il cuore della
riserva Navajo, la Monument Valley e la Mesa Verde. Abbiamo poco piu' di cento
miglia per decidere prima del bivio di Tuba City. E nel frattempo, appena
passato Flagstaff, deviamo su una strada secondaria attraverso il Sunset
Crater. Il cratere del vulcano che erutto' intorno al 1000 non si puo'
visitare. La traccia che porta sulla cima della montagna e sul cratere e' stata
chiusa per evitare che i delicati fianchi di lava e cenere vengano distrutti.
Lo spettacolo della valle e' comunque impressionante. Un deserto di rocce nere
si perde nel silenzio del mattino ancora ragionevolmente fresco. Scendiamo
dalla macchina e cominciamo a camminare sul bordo di questo paesaggio a meta'
fra il diabolico e il lunare, finche' la macchina scompare dietro a un mucchio
di sassi neri. La lava scricchiola sotto i piedi. Ogni tanto si incontrano
piante che hanno avuto il coraggio di entrare la lava con le proprie radici.
La prossima tappa sono le rovine
di Wupatki. Le prime rovine che incontriamo nel nostro viaggio che furono
abitate dai misteriosi Anasazi, o gli antichi, i progenitori
degli indiani Pueblo. Mattoni di argilla e decine di stanzette minuscole
costruite una a ridosso dell'altra.
Al fatidico bivio
decidiamo di andare verso est, Tuba City, e entrare nella riserva Navajo. Tento
di predire la dimensione dei villaggi dalla dimensione dei caratteri sulla
mappa, confrontandoli con la dimensione dei caratteri di Flagstaff, l'unica
vera cittadina che abbiamo incontrato dal mattino. L'idea e' fermarsi a Kayenta
per la notte, scritta in rosso sulla carta, con i caratteri la cui dimensione
e' circa un terzo di quelli di Flagstaff. La strada da Tuba City a Kayenta sono
settanta miglia di niente, deserto interrotto da piccoli gruppi di case
prefabbricate, roulottes senza ruote che formano un villaggio dal nome di Red
Lake, o Black Mesa, o Tsegi, bellissimo, incastrato fra
montagne dalle forme dei film western e costituito da un motel con distributore
di benzina e spaccio.
Keyenta e' un vero paese. Un
paese di Navajos, con la scuola e un cartello che dice "Stasera riunione,
discussione sulla violenza nel nostro villaggio". C'e' un Holiday Inn e un
motel, ma non hanno posto. A trenta miglia c'e' la Monument Valley. Rimandiamo
a piu' tardi il problema di dove passare la notte, che apparentemente non ha
soluzione per le prossime cento miglia.
La terra dei Navajo, Dine'tah ci
appare deserta, arida. Non a loro che l'hanno vissuta per piu' di settecento
anni, da molto prima che arrivassero gli spagnoli con i loro cavalli. E loro, I
Dine', la gente l'hanno scelta come la loro madre, il posto dove tornare dopo
il lungo esilio costretto dagli uomini bianchi, il posto dove essere felici
come la terra stessa.
Monument valley al tramonto. Un deserto rosso, di sabbia rossa, di terra
rossa, di prismi dalle forme di elefanti e dita di un guanto gigantesco. La
Monument Valley e' dei Navajo. Si puo' girare in macchina, sulla pista di terra
battuta. E' cosi' bella che sembra lo sfondo di una cartolina o il set di un
film di John Ford. E questo pensiero da' subito la dimensione cinematografica
di un paesaggio in cinemascope. Trovo che le migliori parole per descriverla
sono quelle di Tsoai-talee, Scott Momaday, che provo a tradurre:
Monument Valley: dal
rosso al blu; grandi ombre violente, piani e prismi di luce. Una volta, dalla
finestra sulla parete di un canyon ho visto uomini a cavallo, lontani, erano
due e si muovevano lentamente nel crepuscolo, cantavano. Erano cosi' lontani
che potevo vederli appena, e le loro picole chiare voci si
posavano con molta leggerezza e a lungo sulla distanza che c'era fra me e loro.
La valle e' vasta. Quando lo
sguardo si perde non ci si rende conto che c'e' una fine. Si vedono i monoliti
che si alzano nello spazio, e si pensa di avere incrontrato l'eternita'. Non
sembra che esistano nel tempo. Pensi: Vedo che il tempo si ferma su questa
faccia della roccia, e dall'altra parte c'e' il nulla, per sempre. Credo che
solo in "dine bizaad", la lingua dei Navajo, che e' senza fine,
questo posto possa essere descritto, o solo indicato nella sua vera sostanza.
La strada da Kayenta a Cortez scorre
sotto di noi e sotto il cielo di notte come una striscia nera che taglia il deserto
in due. La luce delle poche macchine che incrociamo nelle 120 miglia che ci
separano dal motel abbaglia i conigli selvatici. Non vediamo coyotes, ma siamo
sicuri che ce ne sono. Ne avevamo visto uno morto in mezzo all'autostrada pochi
giorni prima, una frenata che per poco ci manda fuori strada. Ci sorpassa un
"old foggy" in moto che si ferma alla stazione di servizio quindici
miglia piu' tardi. A Cortez c'e' un motel, anzi, ce ne sono tanti.
Mesa Verde, la
tavola verde. Gli Anasazi, gli antichi, avevano costruito le loro case
nelle alcove di roccia sui fianchi della mesa. Pareti verticali dei canyons con
bocche aperte, i villaggi di mattoni e fango come denti di sabbia vecchi di
mille anni. Viste da vicino la case sembrano piccolissime.
Gli Anasazi erano piccoli, ma forse le avevano
costruite cosi' per trattenere meglio il calore. Uno di questi villaggi si
raggiunge facilmente tramite un sentiero che scorre lungo i fianchi dello
Spruce Tree Canyon. C'e' un kiva il cui tetto non ha ceduto al peso degli anni.
Si puo entrare tramite una scala a pioli di legno da un passaggio nel soffitto,
come facevano gli antichi indiani. Il kiva era il luogo degli uomini, si
riunivano in questa stanza buia dalle pareti rotonde, il fuoco per terra, nel
centro, alimentato da un ingegnoso sistema di tiraggio. Da un lato, sul
pavimento a fianco del fuoco centrale, il sipapu, l'apertura nella terra
dalla quale naquero tutti gli uomini e che comunica direttamente con l'aldila'.
Continuiamo ad esplorare il
sentiero che conduce lungo il bordo del Canyon. Incontriamo altre alcove con
antiche rovine. Pareti di roccia traforate come formaggio e modellate dalle
onde di un mare preistorico. La fine del percorso e' segnata da una pietra con
graffiti.
Il percorso per gli altri villaggi e' piu' arduo, e bisogna unirsi ad una visita guidata. Per raggiungere la Balcony House bisogna salire una scala a pioli alta una decina di metri, appoggiata alla parete verticale della mesa. Dalla alcova del piccolo villaggio che poteva contare si e no una decina di famiglie si vede il fondo del canyon. Cerco di immaginare come poteva essere la vista 800 anni fa. Donne con bambini allacciati al collo che macinano il cereale con una pietra, gli uomini nel kiva, i fuochi che affumicano la roccia alle spalle del villaggio. La montagna sopra, sotto, dietro, protegge dal caldo, dal freddo, trattiene l'acqua piovana e la restituisce in una pozza perenne nel fondo dell'alcova. Si esce dal villaggio attraverso un tunnel stretto e basso. Bisogna camminare carponi. Poi una parete quasi verticale di roccia nella quale sono stati ricavati degli scalini rudimentali. Evidentemente gli Anasazi non soffrivano di vertigini.
Siamo arrivati al
Canyon de Chelly al tramonto. Lo spettacolo ci ha sorpresi. Pareti verticali,
lisce, che incorniciano un oasi verde, lontana e silenziosa, dove le fronde dei
cottonwoods si agitano lentamente nel vento e nascondono l'accesso a una
delle tante abitazioni preistoriche costruite nelle bocche di roccia. In fondo
al canyon due cavalli pascolano liberi, e vicino un hogan, l'abitazione
Navajo con pianta rotonda.
Il sole stava gia' tramontando
ma volevamo entrare in questo piccolo paradiso, assaporare il silenzio e i
contrasti del verde con le rocce rosse. Toccare l'acqua del fiume in fondo al
canyon, guardare in alto il cielo fra la cornice delle roccie smussate.
Il sentiero scende ripido a
zigzag dopo aver passato lastre di roccia sul bordo dell'abisso ed essersi
insinuato fra due roccie appoggiate fra di loro a formare uno stretto tunnel.
Abbiamo forse un'ora e mezzo di luce prima che la notte sia illuminata
solamente dalla luna che compare e scompare fra le nubi cariche di pioggia. Due
indiani a cavallo stanno risalendo lo stretto sentiero. Forse sono gli stessi
cavalli che abbiamo vistoprima, dall'alto. Raggiungiamo il fondo del canyon che
e' quasi buio, e di corsa torniamo indietro perche' la luna e' sparita
completamente. Le nubi annunciano una pioggia torrenziale. Raggiungiamo la
cresta del canyon che e' notte fatta. E' tutto cosi' diverso di notte. Le rocce
si confondono con l'abisso, e se non sapessimo che dobbiamo andare diritti,
saremmo senz'altro persi senza nessuna luce. Siamo contenti di aver visto il
Canyon de Chelly, di esserci potuti immergere, assaporarne la bellezza, prima
di fermarci ad un McDonalds a Chinle e proseguire le 120 miglia per tornare a
Cortez.
Eravamo partiti
al mattino con l'intenzione di attraversare la riserva Navajo e raggiungere la
riserva Hopi, andando verso sud prima e poi verso ovest.
Le distanze in questa parte
dell'America si espandono irragionevolmente mentre allo stesso momento il tempo
si contrae. L'occhio si abitua al nulla e la mente dimentica il tempo che sta
scorrendo mutato in striscia d'asfalto sotto le ruote della macchina. Ed ecco
che passano le centinaia di miglia in pochi minuti. L'ultima stazione di
servizio, dove ci siamo fermati a bere un caffe' che sapeva di bruciato cinque
minuti fa' era in realta' distante due ore e 120 miglia.
L'America, come siamo
abituati a conoscerla all'est, non esiste nella riserva indiana. E' gia'
passata oppure non e' ancora arrivata. I bianchi di passaggio contrastano con
il paesaggio, non appartengono allo sfondo, sono estranei come lo siamo noi,
come lo e' un McDonalds.
Window Rock, la capitale dei
Navajo. Un enorme arco di roccia con sotto una scuola e un museo.
Raggiungiamo la riserva Hopi nel
pomeriggio. La strada che porta alla prima mesa e' paurosamente ripida
dietro al pulmino della scuola. Sulla mesa ci sono tre villaggi, uno dietro
l'altro. Il piu' antico e remoto e' Walpi. No si puo' entrare in Walpi se non
accompagnati da una guida. Non si possono fare foto. Parcheggiamo la macchina
di fronte al community center dove una donna Hopi di mezza eta' ci dice
che forse alle quattro ci puo' accompagnare fino a Walpi. Gironzoliamo per le
strade di questo villaggio che si chiama Sichomovi, che in Hopi vuol dire il
posto sulla collina dove crescono i fiori. Alcune donne ci chiamano a
vedere del vasellame e delle bambole Kachina fatte in legno. Un bambino ci fa
vedere una bambola piccolissima che reppresenta il lanciatore di fango. Gli chiedo
chi e', e lui mi dice che e' una specie di pagliaccio. Le bambole Kachina
rappresentano le divinita', alcune di esse non possono essere mostrate ai non
Hopi. Ka-Hopi, non Hopi, vuol dire cattivo, non buono. Le madri dicono Ka-Hopi
ai bambini che si comportano male.
Finalmente vengono le
quattro e la donna del community center ci accompagna fino a Walpi. Il
suo inglese e' leggermente stentato e risponde a malavoglia alle poche domande
che le faccio. Le chiedo qualcosa, come sono fatti i kiva degli Hopi. Le non mi
risponde, allarga le braccia e mi dice che non lo sa. Forse perche' e' una
donna, e le donne non sono ammesse nei Kiva. O forse perche', come ho letto da
qualche parte, gli Hopi sono molto gelosi della loro cultura. Alcuni Hopi sono
stati puniti perche' hanno raccontato a stranieri le loro favole.
Walpi e' bellissima. Abbarbicata
sull'ultima parte della mesa, dopo di lei il baratro, il deserto, e in
lontananza, fra la nebbia, un'altra mesa simile a questa, forse la seconda
mesa. Connessa a Sichomovi da uno stretto ponte di pietra, le case sembrano
appoggiarsi le une alle altre, come delle vecchie donne stanche. Le scale dei
kiva che escono dai tetti e raggiungono il cielo. Una casa aperta, il pavimento
di terra battuta.
E' notte fonda quando
torniamo a Cortez. Lungo la strada deserta incontriamo un temporale cosi'
violento che e' quasi impossibile vedere la strada davanti. Mentre guido penso
alla pioggia che scorre come un fiume sulle pareti del Canyon de Chelly.
Moab, in Utah, e'
al centro di quella parte del Southwest chiamata Canyonlands. Una Disneyland
creata dal vento, dall'acqua e dai secoli, dove le attrazioni sono distanti
centinaia di miglia. Per fortuna non e' una grande citta', anche se forse la
piu' turistica che abbiamo incontrato dopo il Grand Canyon. Ristoranti tipici e
negozi di arte indiana non disturbano il paesaggio delle pareti rosse a picco
subito dietro al paese. A poche miglia da Moab si trova l'ingresso dei Arches
National Park. Ci sono duemila archi. Un arco, per essere un arco, deve essere
almeno largo tre piedi. Alla fine della strada asfaltata all'interno del parco
inizia un sentiero che si snoda per ore attraverso formazioni di rocchia rossa,
sandstone o slickrock. Camminiamo per circa tre ore. Passiamo sotto uno degli
archi piu' grandi, il landscape arch.
Proseguiamo su un sentiero segnato da ometti su
lastre di slickrock. Camminiamo sopra le pinne dorsali dei dinosauri di roccia
rossa che saranno archi a loro volta fra diecimila anni, saltando da uno
all'altro. Archi doppi, archi orizzontali, archi piccoli, archi grandi, archi
del nord, archi del sud, archi delicati, archi che non sono piu' archi perche'
sono crollati e si sono trasformati in pilastri in bilico su se stessi.
Un giorno andiamo con il ranger
in un posto magico chiamato fiery furnace dove da soli rischieremmo di
perderci fra i canyons. Scopriamo come il deserto, a dispetto del suo nome, e'
invece popolato da animali e vegetazione in un modo quasi incredibile. Speci
che si sono adattate alla mancanza quasi assoluta di acqua e al coldo torrido.
La vegetazione sopravvive grazie a una crosta batterica che mantiene
l'umidita'. Basterebbe calpestarla per distruggere il lavoro incessante di
cento anni, e distruggere le piante nelle immediate vicinanze.
Entriamo dentro canyon
strettissimi passando sotto archi di roccia, dove i ginepri e la salvia
selvatica spuntano inattesi da dietro un angolo. Fessure nella roccia cosi'
strette che per passare bisogna puntare i piedi sulle pareti. Troviamo un buco
nella roccia, un pothole, dove vive uno strano gamberetto che deposita
le uova quando l'acqua sta per evaporare completamente. Le uova, maschio e
femmina, sopravvivono per mesi, o per anni, per ricombinarsi schiudersi alla
prossima pioggia.
Canyonland National
Park e' remoto, selvaggio isolato. La solitudine, con tutto il suo fascino e la
sua paura e' l'espressione di questa terra. Solitudine e silenzio su questi
altipiani a piu' strati, spaccati dai canyons che lasciano intravedere il fiume
in lontananza. La civilta' con i suoi suoni e le sue macchine e' lontana
centinaia di miglia irraggiungibile, come se fosse separta non solo dallo
spazio ma da un tempo immobile scandito dal consumarsi della roccia.
Il Green River e il Colorado si incontrano
formando una Y che difide Canyonlands in tre distretti, Island in the Sky,
the Needles, e il remoto e misterioso the Maze. Island in the Sky
e' il piu' conosciuto, il piu' visitato, nonostante l'impressione di solitudine
e di abbandono. Si trova su altipiano dalle cui falde si vedono due altri
livelli sottostanti, deserti e sterminati. Il white rim, il livello che
sta sotto di noi, e' ricoperto di pietra bianca e solcato da piste cosi'
lontane che sembrano piccole traccie. Una pista percorre cento miglia
attraverso il white rim e si puo' attraversare solo con una jeep: ci
vogliono due giorni.
Un percorso breve, di circa
un'ora, su lastre di slickrock, ci porta a un punto panoramico dal quale si
vede un cratere salino, l'upheaval dome, la cui formazione e' ancora uno
dei tanti misteri geologici.
La strada per raggiungere the
Needles, il distretto di sud-est, e' quanto di piu' deserto abbiamo
percorso in questo viaggio. Sono sessanta miglia da Moab, le ultime venti
miglia non sono neppure mantenute dallo stato. Catene di montagne in una
processione dove una e' l'ombra dell'altra. Prima di raggiungere l'ingresso del
parco ci fermiamo alla newspaper rock, una collezione di graffiti fatti
in anni successivi, dal 1000 al 1600. Quattrocento anni in cui antichi
disegnatori si sono dati appuntamento sulla stessa roccia, C'e' chi riesce a
leggere gli eventi di una storia che potrebbe essere la nostra. Un terremoto,
l'arrivo degli spagnoli a cavallo. Mani e piedi con quattro, cinque o sei dita.
Sei dita avevano gli indiani prima di nascere, alieni di questa terra usciti da
un buco o sbarcati da una astronave. Una ruota con sei raggi circondata da cervi
e bisonti. Kokopelli che suona il flauto mentre i cavalli con quattro gambe in
fila, una dietro l'altra, si fanno guidare da un cavaliere con l'arco. Un uomo
con le corna, sembra un vichingo ma forse e' lo stregone.
Un senso di solitudine mi prende a
the needles, un paese sperduto lontano dagli uomini.
Mentre gli archi di pietra vicino a Moab sono
formati dal vento, i ponti naturali sono formati dall'acqua, e sono molto rari.
Ce ne sono tre a sud, hanno nomi bellissimi: Sipapu, Kachina e Owachomo.
Abbiamo mangiato i nostri panini sotto il cielo incorniciato dallo stupendo
arco di Owachomo.
Il lake Powell e'
inatteso. Un tempo era un canyon, il canyon del fiume colorado. Poi hanno
costruito una diga, a Page, a ovest. Ci sono voluti dieci anni per costruire la
diga e quattordici anni per riempirlo di acqua. Adesso e' un lago. Un lago in
un canyon. Abbiamo fatto il bagno in questo lago-fiume. I piedi nel fango
rosso, le acque azzurre, le pareti a picco che emergono dall'acqua. Un vecchio
paese di minatori giace per sempre sepolto dalle acque azzurre.
Alamosa, in
Colorado, e' la penultima tappa del viaggio. Una citta' su una terra piatta, di
campi coltivati, a est dei boschi del Rio Grande e del San Juan, e a ovest del
Sangre de Cristo.
A Alamosa non c'e' nulla, una
cittadina di provincia del Southwest. A trenta miglia a nord'est, alle falde
del Sangre de Cristo, c'e' un paesaggio inatteso. Un deserto di sabbia chiamato
Great Sand Dunes. Un Sahara in miniatura in mezzo alle montagne verdi,
nato da una coincidenza di venti e dal peso delle particelle di sabbia che non
riescono a scavalcare le montagne. Bisogna attraversare un ruscello per
raggiungere la base delle dune, e poi salire per due ore sulla sabbia senza
traccia per raggiungere la duna piu' alta: 200 metri.
La sera raggiungiamo Santa Fe,
ultima tappa del viaggio. Un enorme shopping mall con ristoranti e gallerie
d'arte. Ingorgato da macchine di lusso, ricchi turisti vestiti Armani. Una
citta' finta che contrasta con la verita' silenziosa delle terre dei Navajo e
degli Hopi.